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emozioni-cibo1Mangiare non significa semplicemente soddisfare la sensazione fisica della fame. Non si mangia solo per placare il brontolio dello stomaco, ma anche per soddisfare un piacere o per  ridurre l'impatto di emozioni negative o addirittura infine per soffocare pensieri dolorosi.

Dal momento in cui un genitore offre per la prima volta un biscotto o una caramella ad un bambino per consolarlo e zittirlo, il cibo diventa un modo per nutrire, oltre che il corpo, anche lo spirito. Un gesto d'affetto come la preparazione di un dolce o dell'intero pasto è un tassello nella costruzione del ruolo del cibo. Fin dai tempi antichi il cibo viene usato per festeggiare, calmare, per alleviare la noia e la depressione, e come consolazione nei momenti di tristezza e angoscia. Questo tipo di comportamento non è insolito. Accettare una fetta di torta di compleanno quando sarebbe antisociale rifiutare, premiarsi con del cioccolato o dei biscotti al termine di un lavoro faticoso, bere un bicchiere di vino o di birra per essere più socievoli, sono tutti comportamenti normali nell'ambito socio-culturale.

Vitamine, antiossidanti 
e lipidi: i segreti dei 
frutti della prateria

Non sono ancora diffusi sulle nostre tavole, ma una ricerca ne svela i benefici per la salute

Le analisi condotte dagli autori della ricerca hanno svelato che tutti questi frutti contengono un'elevata quantità di fibre. Non solo, la Shepherdia argentea contiene 4 volte più acido ascorbico – la vitamina C – dell'arancio, mentre i frutti di Prunus Viriginiana sono caratterizzati da un contenuto di antocianine antiossidanti superiore rispetto a quello dei mirtilli rossi. L'Hippophae rhamnoides è invece una fonte inaspettata di lipidi, in genere molto meno abbondanti nella frutta. Per questo secondo i ricercatori i frutti della prateria potrebbero essere degli ottimi snack salutari o, aggiunti a cereali e legumi, migliorare il valore nutrizionale di altri cibi.

“Dato che sono stati storicamente associati a benefici nutrizionali e per la salute c'è un interesse crescente nei confronti dello sviluppo commerciale di questi frutti – ha spiegato Rick Green, autore della ricerca insieme a Nicholas Low – I nostri risultati forniscono le prove che questi frutti sono davvero dotati di benefici nutrizionali e contengono composti interessanti per le loro caratteristiche salutari e benefiche”.

di Silvia Soligon (20/11/2013)

 

. Il Ministero: "Non sono una cura e attenti ai rischi"

La derivazione 'naturale' "non è di per sé una garanzia di sicurezza" e "se assunti in concomitanza di altri prodotti o farmaci possono innescare una serie di reazioni e interazioni metaboliche inattese e indesiderate". Attenzione soprattutto a bambini, donne in gravidanza o che allattano.·

26 MAR - I genitori e le donne incinte devono fare attenzione alle tisane, agli infusi e agli integratori alimentari "naturali", soprattutto quelli vegetali, perché anche se "naturali", non sono innocui. A lanciare l'avvertimento è il ministero della Salute, in un documento (in allegato) messo a punto dalla Commissione Unica per la Dietetica e la Nutrizione che sottolinea come questi prodotti "non hanno e non possono avere alcuna finalità di cura" e "la derivazione naturale non è di per sé una garanzia di sicurezza".

L'allergologo risponde

Prendendo spunto dalla domanda di una lettrice, l'esperto fa chiarezza sulle differenze tra intolleranze ed allergie e soprattutto sui sistemi di diagnosi "alternativi", scientificamente inaffidabili

risponde GUIDO MARCER * a cura di IRMA D'ARIA

* Il professor Guido Marcer è responsabile del servizio di Allergologia del dipartimento di Medicina ambientale e sanità pubblica - Medicina del lavoro dell'università di Padova

Il rebus dei test sulle intolleranze

Domanda - Ho eseguito un test ALCAT per le intolleranze alimentari e sono risultata allergica, in fascia arancione (grave), al malto. Il mio ginecologo per la sindrome premestruale mi ha consigliato di assumere Puellae, un integratore alimentare. Leggendo gli ingredienti ho, però, notato che in alcuni eccipienti (agnocasto e olio di enothera) sono presenti Maltodestrine. Dato che sono allergica al malto, vi chiedo cortesemente: posso assumere il farmaco o sarebbe meglio evitare?

Risposta - Il problema delle intolleranze alimentari e dei test diagnostici correlati necessita di alcune precisazioni per fare chiarezza su un tema molto sentito e discusso. Per una rapida risposta alla sua domanda, si può passare direttamente alle conclusioni. Le intolleranze alimentari si distinguono dalle allergie alimentari per l'impossibilità di dimostrare la presenza di anticorpi della classe IgE rivolte verso antigeni alimentari. Le intolleranze alimentari possono essere causate da fattori propri dell'alimento, come contaminanti tossici (ad es. tossine presenti nei funghi), da proprietà farmacologiche dell'alimento (istamina o tiramina in pesci, crostacei o formaggi stagionati, solfiti in bevande fermentate) o da infezioni gastrointestinali.

Disturbi digestivi possono essere causati da patologie del tratto gastrointestinale oppure da specifici disordini metabolici del paziente come il deficit di lattasi con intolleranza al lattosio (zucchero presente

nel latte e latticini) o di altri enzimi digestivi. Un caso particolare è la malattia celiaca, dovuta a una reazione immunologica innescata dall'ingestione di glutine. Le intolleranze legate a reazioni allergiche o alle proprietà dell'alimento vengono facilmente riconosciute dal paziente (i sintomi si presentano solo in seguito all'assunzione di un particolare cibo), mentre le patologie legate al paziente richiedono un percorso diagnostico specialistico e test specifici per ciascuna malattia.

La sintomatologia è prevalentemente gastrointestinale. Non sono riferibili a intolleranze alimentari: cefalea, depressione, scarsa concentrazione, dolori articolari, congiuntiviti, edemi e sovrappeso, cellulite, infezioni ricorrenti, ecc., come viene riportato in numerosi siti consultabili in Internet.

Per le allergie alimentari è necessaria un'accurata visita allergologica e sono disponibili test diagnostici (dai test cutanei ai test di laboratorio, ai test di scatenamento) validati scientificamente.

Per le intolleranze alimentari invece non sono disponibili test attendibili. I cosiddetti test "alternativi": Kinesiologia applicata (DRIA test e simili), Test di citotossicità (Cytotoxic test o test di Bryan o ALCAT, ecc.), Test EAV (elettroagopuntura secondo Voll, Vega test, Sarm test, Biostrength test e loro varianti), Test di provocazione/neutralizzazione, Test di provocazione/ neutralizzazione sublinguale, Biorisonanza, Analisi del capello, Pulse test, Test del riflesso cardiaco-auricolare, Test Melisa, Mineralogramma, Iridologia, test Bioenergetico dei Virus e Batteri e simili non sono attendibili in quanto non sono in grado di individuare agenti causali di presunte "intolleranze alimentari", sono privi di validazione scientifica e non sono riproducibili.

Inutile e scientificamente infondata è anche la ricerca di anticorpi della classe IgG specifici per alimenti. I test citati, a cui appartiene anche l'ALCAT (Antigen Leukocyte Cellular Antibody Test), basato sullo stesso principio del Citotoxic test proposto nel 1956 e poi abbandonato nella pratica medica, oltre a non fornire informazioni utili dal punto di vista sanitario, sono costosi e possono indurre a diete inutili o dannose.

Con il termine malto si indica in generale il chicco di un cereale che ha subìto germinazione. Se non altrimenti specificato, con "malto" ci si riferisce comunemente al malto d'orzo, utilizzato nella produzione della birra, di liquori, del caffè d'orzo, del pane e di numerosi farinacei. Contiene uno zucchero, il maltosio, con potere dolcificante (ma non calorico!) inferiore al normale saccarosio da cucina. Il maltosio è formato da due molecole di zucchero. Le maltodestrine sono costituite da numerose molecole di glucosio. Si tratta quindi sempre di zucchero. E' molto probabile che lei assuma abitualmente questi zuccheri nella dieta di tutti i giorni. In conclusione, non sono note allergie o intolleranze agli zuccheri ricavabili dal malto d'orzo. Il test ALCAT non dà risultati attendibili. Non vi sono controindicazioni all'assunzione dell'integratore Puellae.


L'ESPERTO RISPONDE

Intolleranze alimentari un altro parere sui test

di IRMA D'ARIA

I test per le intolleranze alimentari sono affidabili o no? Dopo la risposta del nostro esperto 1 in allergologia ad una lettera sulle intolleranze e sui test diagnostici, il tema - su cui da sempre si contrappongono opinioni diverse - è diventato "caldo". Prendendo spunto dalla domanda di una lettrice che aveva eseguito il test Alcat, il professor Guido Marcer, Responsabile del Dipartimento di Scienze Cardiologiche Toraciche e Vascolari - Medicina del Lavoro dell'università di Padova, ha colto l'occasione per fare chiarezza sulle differenze tra intolleranze ed allergie e soprattutto sui sistemi di diagnosi "alternativi", considerati scientificamente inaffidabili. Immediate le reazioni di chi, al contrario, ritiene i test uno strumento di diagnosi accurato e prezioso sia per il medico che per il paziente.

Ma che cos'è il Test Alcat (Antigen Leukocyte Cellular Antibody Test)? "E' un sistema di analisi che valuta la reazione del sistema immunitario innato, attivo nelle reazioni di difesa contro antigeni di origine batterica, virale, micotica e frammenti proteici alimentari" spiega Giuseppe Di Fede, docente del "Master di Nutrizione Umana" dell'Università di Pavia e Direttore Sanitario dell'Istituto di Medicina Genetica e Preventiva di Milano.

In effetti, la medicina tradizionale, in ambito allergologico-immunologico non ha ancora

trovato una soluzione per numerosi disturbi e patologie. "Il test Alcat tenta di fornire una risposta in grado di risolvere almeno in parte i problemi legati all'alimentazione. Per una salute duratura nel tempo è, infatti, indispensabile conoscere e scegliere i cibi più idonei al nostro organismo" dichiara il professor Di Fede. Sul ruolo fondamentale dell'alimentazione concorda anche l'allergologo Marcer che dice: "Non vi è dubbio che il trattamento dietetico svolga un ruolo fondamentale in un gran numero di patologie: certamente nell'obesità, nelle malattie gastrointestinali, nel diabete mellito, nell'ipertensione, nelle avitaminosi e così via. E' altrettanto vero che la prescrizione di una dieta adeguata viene troppo spesso trascurata a favore di una terapia farmacologica costosa e non priva di effetti collaterali e che esime il paziente da un atteggiamento attivo di autoregolazione alimentare". Ma questo non giustifica la relazione che viene sempre più spesso ipotizzata tra i più svariati disturbi e non meglio precisate "intolleranze alimentari". Insomma, secondo alcuni esperti, la sensazione è che quando proprio non si sa a cosa attribuire un disturbo, si tirano in ballo le intolleranze alimentari, come se fossero il "camaleonte della medicina", in grado di spiegare patologie estremamente diversificate e che ancora non hanno trovato una spiegazione.

Ed è proprio sulle modalità diagnostiche in grado di individuare le possibili intolleranze alimentari che le opinioni degli esperti si spaccano. Da almeno 20 anni, il test Alcat è utilizzato nel campo delle intolleranze alimentari: i pazienti che vi si sono sottoposti sono persone che non hanno trovato risposte nei test tradizionali se non attraverso una terapia farmacologica, che in alcuni casi sono costretti a seguire anche per diversi anni. "La metodica Alcat consente, invece, di affrontare la terapia in maniera non farmacologia. Attraverso una dieta, impostata da un nutrizionista specializzato, priva degli alimenti riscontrati positivi al test, successivamente reintrodotti in maniera graduale e controllata con una Dieta di Rotazione è, infatti, possibile ridurre l'infiammazione e ottenere un miglioramento dei sintomi" prosegue Di Fede che cita anche tre abstract condotti dall'Ospedale S. Matteo di Pavia, Laboratorio di Immuno-Allergologia e pubblicati sulla rivista ufficiale dell'European Academy of Allergology and Clinical Immunology. Gli studi riportano i risultati ottenuti dopo il test d'intolleranza alimentare Alcat nella terapia di numerose patologie della pelle (dermatiti, eczemi, orticaria) non IgE mediate e disturbi gastro intestinali.

Di opinione contraria il nostro esperto: "Per la diagnosi delle allergie alimentari il "gold standard", vale a dire il test risolutivo è un test di scatenamento con l'alimento incriminato che viene effettuato in doppio cieco contro placebo: il paziente assume l'alimento e il placebo senza poterli riconoscere l'uno dall'altro e il medico che presiede al test è anch'egli all'oscuro di cosa venga somministrato" ribadisce Marcer. "Solo in questo modo si risolvono i casi dubbi e si possono selezionare popolazioni veramente reattive per successivi approfondimenti. Nulla di tutto questo viene effettuato per i test alternativi" conclude l'esperto.

Un parere pienamente conforme al position paper dell'Associazione Allergologi ed Immunologi Territoriali ed Ospedalieri. Il documento a proposito del Test citotossico (o test di Bryan o Alcat) riporta i risultati di una dozzina di studi che non evidenziano una correlazione tra i risultati del test e le reazioni agli alimenti individuati. Il test ripetuto non dà risultati riproducibili. Inoltre, sono molto frequenti i risultati falsamente positivi o falsamente negativi tanto che anche la prestigiosa American Academy of Allergy ha concluso che il test non è affidabile nella diagnostica allergologica. "Questi test sono potenzialmente pericolosi perché possono ritardare la diagnosi di una reale patologia anche grave e l'instaurazione di una adeguata terapia. Inoltre, possono indurre a diete incongrue: carente introduzione di calcio in menopausa o insufficiente apporto di alimenti importanti nel corso dello sviluppo. E poi sono costosi per il paziente anche perché spesso vengono ripetuti periodicamente" sottolinea Marcer.

 

 
Due recenti studi, pubblicati su
riviste scientifiche internazionali, hanno investigato la relazione tra consumo
di carne e danni ai reni, in particolare nei casi di malattia renale cronica e
di cancro renale.
 
Riportiamo una descrizione discorsiva di questi studi a cura del PCRM (il
Comitato di Medici per una Medicina Responsabile, USA) e poi la traduzione
dell'abastract originale degli articoli.
 
Studio n. 1: Confronto tra le fonti proteiche vegetali e animali nella dieta
nell'omeostasi del fosforo nella malattia renale cronica.
 
COMMENTO:
 
Questo nuovo studio suggerisce che seguire una dieta vegetariana può aiutare i
pazienti con insufficienza renale cronica (IRC) di grado avanzato ad evitare
l'aumento dei livelli ematici di fosforo.
 
I pazienti che soffrono di IRC devono limitare l'assunzione di fosforo nella
dieta, dato che alti livelli di questo minerale possono causare danni cardiaci
e morte.
 
Mentre le linee guida raccomandano una dieta con bassi livelli di fosforo per i
pazienti con IRC, il contenuto in fosforo non ` riportato sulle etichette
nutrizionali dei prodotti.
 
Sharon Moe (della Indiana University School of Medicine e Roudebush Veterans'
Affairs Medical Center) e i suoi colleghi hanno studiato gli effetti di una
dieta vegetariana e di una a base di carne sui livelli di fosforo in 9 pazienti
con IRC.
 
I pazienti hanno seguito una dieta vegetariana e una a base di carne per una
settimana ciascuna, intervallate da un periodo di 2-4 settimane. Alla fine di
ciascuna delle due settimane di dieta, sono stati eseguiti esami del sangue e
delle urine.
 
Nonostante i livelli di proteine e di fosforo delle due diete fossero
sovrapponibili, i pazienti mostravano minori livelli di fosforo nel sangue e
minori tracce di fosforo nelle urine dopo la settimana di dieta vegetariana
rispetto a quella carnivora.
 
Gli autori pertanto concludono che la fonte di proteine nella dieta ha un
effetto significativo nel condizionare i livelli ematici di fosforo in pazienti
con IRC.
 
Abstract originale:
 
BACKGROUND E OBIETTIVI: I pazienti con insufficienza renale cronica di grado
avanzato (IRC) presentano un bilancio positivo del fosforo, anche se i livelli
ematici di fosforo sono mantenuti nel range di normalità grazie un aumento
dell'eliminazione urinaria di questo minerale, dovuta all'aumento del
fibroblast growth factor-23 (FGF23) e del paratormone (PTH). Su questo si
basano le raccomandazioni che prevedono di limitare gli apporti dietetici di
fosforo a 800 mg/die. Tuttavia, anche la fonte dietetica di fosforo riveste
importanza.
 
PROGETTO, REALIZZAZIONE, PARTECIPANTI E MISURAZIONI: Abbiamo condotto uno
studio trasversale su 9 pazienti con un VFG medio di 32 ml/min, con lo scopo di
confrontare direttamente gli effetti di una dieta vegetariana e di una dieta
che includeva carne, a parità di apporti di nutrienti, realizzata dai
professionisti del gruppo di ricerca. Nelle ultime 24 ore di ciascun periodo
dietetico di 7 giorni, i soggetti sono stati ricoverati per un monitoraggio dei
parametri ematici e urinari.
 
RISULTATI: I risultati ottenuti hanno dimostrato che 1 settimana di dieta
vegetariana esita in livelli ematici di fosforo e FGF23 inferiori, pur avendo i
soggetti presentato variazioni simili, nell'arco delle giornata di
osservazione, dei livelli ematici di fosforo, calcio, PTH e di escrezione
urinaria di fosforo. Tuttavia, le differenze tra i due gruppi sono risultate
significative.
 
CONCLUSIONI: In sintesi, questo studio dimostra che la fonte proteica della
dieta esercita un effetto significativo sull'omeostasi del fosforo nei pazienti
affetti da IRC. Pertanto, il counseling dietetico nei pazienti nefropatici
dovrebbe includere informazioni non solo sulle quantità di fosforo da
introdurre con la dieta, ma anche sulle fonti proteiche da cui derivare il
fosforo stesso.
 
Fonte:
Clin J Am Soc Nephrol. 2011 Feb;6(2):257-64. Epub 2010 Dec 23., Vegetarian
compared with meat dietary protein source and phosphorus homeostasis in chronic
kidney disease., Moe SM, Zidehsarai MP, Chambers MA, Jackman LA, Radcliffe JS,
Trevino LL, Donahue SE, Asplin JR.
 
Studio n. 2: Consumo di carne rossa collegato al cancro renale
 
COMMENTO:
 
Il rischio di cancro al rene è aumentato con il consumo di carne rossa e di
cibi grigliati o fritti, secondo uno studio pubblicato dall'American Journal of
Clinical Nutrition. I ricercatori hanno esaminato circa mezzo milione tra
uomini e donne, nello studio "NIH-AARP Diet and Health Study". Quelli
che mangiavano più carne rossa, circa 120 grammi al giorno (che corrisponde a
un hamburger di grandezza media), avevano un rischio di cancro più elevato.
 
Abstract originale:
 
BACKGROUND: L'evidenza che le assunzioni di carne aumentino il rischio di
tumore renale è ad oggi ancora non consistente. E' importante quindi
considerare le sostanze mutagene presenti in seguito alla
cottura-trasformazione della carne, e i diversi sottotipi di cellule
neoplastiche renali.
 
OBIETTIVI: In un ampio studio di coorte condotto negli USA, è stata valutata
prospetticamente la relazione tra assunzioni di carne e di composti in essa
contenuti, e rischio di cancro renale, differenziando i diversi sottotipi
cellulari (papillare e adenocarcinoma).
 
PROGETTO: I partecipanti allo studio (492.186) hanno completato un questionario
dettagliato sulle abitudini dietetiche, che prevedeva anche l'inclusione, nel
calcolo della composizione nutrizionale, di ferro eme, amine eterocicliche
(HCA), idrocarburi policiclici aromatici (PAHs), nitrati e nitriti presenti
nella carne cotta e trasformata. Dopo 9 anni di follow-up, sono stati
identificati 1814 casi di tumore renale (498 adenocarcinoma e 115 papillare).
HRs e 95% CIs sono stati valutati tra i quintili di assunzione superiore e
inferiore, utilizzando l'analisi multivariata di Cox.
 
RISULTATI: Più elevate assunzioni di carne rossa [62.7 g (quintile superiore)
in confronto a 9.8 g (quintile inferiore) per 1000 kcal (mediana)] sono
risultate associate a un modesto aumento del rischio cancro renale [del 19%:
HR: 1.19; 95% CI: 1.01, 1.40; P-trend = 0.06] ma a un rischio doppio di cancro
papillare [P-trend = 0.002]. L'assunzione di benzo(a)pyrene (BaP), un marker di
PAHs, e di 2-amino-1-methyl-6-phenyl-imidazo[4,5-b]pyridine (PhIP), una HCA, e
risultata associatai con un rischio significativamente elevato (20-30%) di
cancro renale, che diventava il 200% quando riferito alla forma papillare. Non
sono invece state osservate associazioni con l'adenocarcinoma.
CONCLUSIONI: L'assunzione di carne rossa può aumentare il rischio di cancro
renale attraverso meccanismi dipendenti dalla formazione, in corso di cottura,
di composti come BaP e PhIP. Questi risultati mostrano una forte associazione
con la più rara variante papillare.
 
Fonte:
Am J Clin Nutr. 2012 Jan;95(1):155-62. Epub 2011 Dec 14., Large prospective
investigation of meat intake, related mutagens, and risk of renal cell
carcinoma., Daniel CR, Cross AJ, Graubard BI, Park Y, Ward MH, Rothman N,
Hollenbeck AR, Chow WH, Sinha R.
 

IL MINNESOTA STUDY DI KEYS: IMPLICAZIONI PER LA COMPRENSIONE E IL TRATTAMENTO DELLA PSICOPATOLOGIA DEI DISTURBI DELL'ALIMENTAZIONE
di Riccardo Dalle Grave - AIDAP Verona

La classificazione DSM-IV dei disturbi dell’alimentazione include tre categorie diagnostiche principali: anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati (NOS) (American Psychiatric Association 1994). Il sottopeso è un criterio diagnostico chiave dell’anoressia nervosa ma può essere presente in un sottogruppo di persone con disturbi dell’alimentazione NOS [es. quelle che soddisfano tutti i criteri dell’anoressia nervosa ad eccezione del criterio amenorrea (Dalle Grave et al. 2008b) oppure che non riportano un’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo (Dalle Grave et al. 2008c)]. La marcata perdita di peso e la restrizione dietetica calorica, cioè un persistente introito calorico inferiore al dispendio energetico, persistente può anche essere presente in persone con disturbi dell’alimentazione non sottopeso con bulimia nervosa o disturbo dell’alimentazione NOS e una storia personale di obesità (Dalle Grave et al., 2011).
Keys e collaboratori nel loro classico libro di due volumi e di 1.385 pagine “The Biology of Human Starvation" (Keys et al. 1950) hanno fornito una descrizione dettagliata dei sintomi del sottopeso e della restrizione dietetica calorica riportati da giovani adulti maschi volontari. L’osservazione di David Garner (1997) che molti sintomi, chiamati da Keys e collaboratori “sintomi da digiuno”, sono simili a quelli osservati in persone affette da anoressia nervosa, ha contribuito a migliorare la comprensione e il trattamento dei disturbi dell’alimentazione. Oggi è ampiamente accettato che molti sintomi, in passato attribuiti alla psicopatologia dell’anoressia nervosa, sono la mera conseguenza del sottopeso e della restrizione dietetica calorica.
Questo articolo si pone tre scopi principali: (1) fare una revisione dei sintomi associati al sottopeso e alla restrizione dietetica calorica; (2) descrivere il ruolo del sottopeso e della restrizione dietetica calorica nel mantenimento della psicopatologia dei disturbi dell’alimentazione; (3) analizzare le implicazioni cliniche di questi sintomi nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione


I sintomi da digiuno

Il Minnesota Study è lo studio più importante pubblicato che abbia valutato gli effetti della restrizione dietetica calorica e della perdita di peso nelle persone di peso normale. Lo studio, effettuato presso l’Università del Minnesota dal 19 novembre 1944 al 20 dicembre 1945 (Keys et al. 1950), fu ideato per valutare gli effetti fisiologici e psicologici di una severa e prolungata restrizione dietetica calorica e l’efficacia della riabilitazione nutrizione. Lo scopo principale dello studio fu capire come assistere nel modo migliore le vittime della carestia in Europa e in Asia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale usando i dati derivati da una simulazione laboratoristica della carestia.
Più di 100 uomini si proposero come partecipanti volontari allo studio come alternativa al servizio militare. Di questo campione iniziale, furono selezionati i 36 uomini che avevano il migliore stato di salute fisico e psicologico e un’elevata motivazione alla partecipazione allo studio (Keys et al. 1950). I partecipanti erano tutti bianchi di età compresa tra 22 e 33 anni e 25 erano membri delle Historic Peace Churches (Mennoninti, Chiesa di Brethren e Quaccheri).
Lo studio fu diviso in tre fasi: un periodo di controllo di 12 settimane, 24 settimane semidigiuno e 12 settimane di riabilitazione nutrizionale. Nella fase uno, i volontari si cibarono normalmente mentre furono studiati dettagliatamente il loro comportamento, la loro personalità e le loro modalità alimentari. Durante questo periodo i partecipanti assunsero in media 3.492 kcal. Nella fase due i partecipanti furono sottoposti a una restrizione che corrispondeva a circa la metà del loro introito calorico iniziale (in media 1.570 kcal), che era simile all’assunzione caloria media delle persone europee colpite dalla carestia. Questo regime determinò nei partecipanti una perdita approssimativa del 25% del peso iniziale. Infine, nella fase tre, i partecipanti furono gradualmente nutriti in maniera normale.
La maggior parte dei risultati fu riportata solo per 32 uomini, dato che quattro dei partecipanti all’esperimento si ritirarono durante o alla fine della fase di restrizione calorica. Nonostante le risposte individuali, rispetto alla perdita di peso, variassero notevolmente tutti gli uomini sperimentarono drammatici cambiamenti fisici, psicologici e sociali riassunti nella Tabella 1.



Tabella 1. Effetti della restrizione calorica e della perdita di peso nei partecipanti al Minnesota Study
Effetti comportamentali
• Rituali alimentari (mangiare molto lentamente, tagliare il cibo in piccoli pezzi, mescolare il cibo in modo bizzarro, ingerire cibo bollente)
• Lettura di libri di cucina e collezione di ricette
• Incremento del consumo di caffè, tè, spezie, gomme da masticare e acqua
• Onicofagia
• Incremento del fumo di sigarette
• Episodi bulimici
• Incremento dell’esercizio fisico per evitare la riduzione del contenuto calorico della dieta
• Autolesionismo
Effetti psicologici
• Danneggiamento della capacità di concentrazione
• Scarso capacità di insight e di giudizio critico
• Preoccupazione per il cibo e l’alimentazione
• Depressione
• Sbalzi del tono dell’umore
• Irritabilità
• Rabbia
• Ansia
• Apatia
• Episodi psicotici
• Cambiamenti di personalità confermati dai test psicologici
Effetti sociali
• Isolamento sociale
• Riduzione dell’interesse sessuale
Modificazioni fisiche
• Disturbi del sonno
• Vertigini
• Debolezza
• Dolori addominale
• Disturbi gastrointestinali
• Cefalea
• Ipersensibilità al rumore e alla luce
• Edema
• Ipotermia
• Riduzione della frequenza cardiaca e respiratoria
• Parestesie
• Diminuzione del metabolismo basale
• Aumento della fame
• Precoce senso di pienezza
Tratta da Keys, A., Brozek, J., Henschel, A., Mickelsen, O., & Taylor, H. L. (1950). The biology of human starva-tion (Vol. 2). Minneapolis: University of Minnesota Press.


Effetti comportamentali
Verso la fine del periodo di restrizione calorica i volontari impiegavano due ore a mangiare un pasto che in precedenza richiedeva loro pochi minuti. Dedicavano ore a programmare come suddividere la quantità di cibo quotidiana. Diciannove di loro cominciarono a leggere libri di cucina e a collezionare ricette. Vi fu un aumento del consumo di caffè e tè: molti bevevano più di 15 caffè al giorno. I partecipanti cercavano di tenere lo stomaco pieno bevendo grandi quantità di liquidi (acqua e zuppe); chiedevano che il cibo fosse servito bollente; mischiavano gli alimenti in modo strano e vi fu un incremento notevole dell’uso di sale e spezie. Il consumo di gomme da masticare - per alcuni partecipanti anche 40 pacchetti al giorno, il fumo e l’onicofagia aumentarono marcatamente. Numerosi di questi cambiamenti persistettero anche durante le 12 settimane di recupero del peso.
Durante la fase di restrizione calorica tutti i partecipanti riferivano un incremento della fame; alcuni riuscivano a tollerarla, per altri invece la cosa costituì un’intensa preoccupazione, fino a diventare insopportabile. Parecchi fra gli obiettori non riuscirono ad aderire alla dieta e manifestarono episodi bulimici, seguiti da auto-rimprovero e auto-deprecazione. Durante la fase di recupero del peso, quando era offerta loro una grande quantità di cibo, molti partecipanti perdevano il controllo dell’appetito, mangiando di più o di meno del necessario; anche dopo 12 settimane di riabilitazione veniva segnalato un aumento della fame subito dopo un pasto abbondante. La normalizzazione delle abitudini alimentari avvenne nella maggior parte dei casi solo dopo circa cinque mesi di riabilitazione, ma in un sottogruppo il consumo di cibo in eccesso continuò. Non s’identificò il fattore discriminante fra chi normalizzò le abitudini alimentari e quelli che invece continuarono a mangiare enormi quantità di cibo; tuttavia è importante sottolineare il fatto che, tra i partecipanti in esame, si verificarono differenze nella risposta alla denutrizione.
In generale, gli uomini risposero alla restrizione calorica con una riduzione dell’attività fisica. Diventarono stanchi, deboli, disattenti e apatici e si lamentarono di mancanza di energia. I movimenti dei volontari diventarono notevolmente più lenti. Tuttavia, secondo Keys e collaboratori, “alcuni uomini praticavano saltuariamente dell’esercizio fisico in modo spontaneo”. Qualcuno tentò di perdere più peso cercando di consumare più energie in modo tale da poter ottenere una razione di pane più abbondante o di evitare la riduzione delle razioni.

Effetti psicologici
Molti partecipanti, nonostante che all’inizio fossero psicologicamente sani, mostrarono importanti modificazioni emotive e cognitive.
I cambiamenti cognitivi più rilevanti furono una capacità di concentrazione, della vigilanza, della comprensione e del giudizio critico, mentre non accaddero alterazioni delle abilità intellettive. Il danneggiamento della capacità di concentrazione fu attribuito dovuto ai pensieri ricorrenti sul cibo e sull’alimentazione riportati dalla maggior parte dei partecipanti.
Alcuni attraversarono transitori o protratti periodi di depressione; occasionalmente si manifestò uno stato di euforia, seguito da depressione. Sebbene prima dello studio in tutti i volontari fosse stata riscontrata un’elevata tolleranza allo stress, molti di essi esibirono frequenti segni di irritabilità ed esplosioni di rabbia. In numerosi partecipanti l’ansia era molto evidente; l’apatia divenne comune; in alcuni, inoltre, i disturbi emozionali divennero così gravi da poter parlare di “nevrosi da semidigiuno”. Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory - noto questionario che studia la personalità - rilevò che durante la restrizione calorica si era verificato un incremento di depressione, isteria e ipocondria, la cosiddetta “triade nevrotica”, comunemente osservata in individui nevrotici. Queste aberrazioni emotive non svanirono immediatamente durante la riabilitazione, ma persistettero per parecchie settimane. Durante la restrizione calorica, inoltre, due volontari svilupparono disturbi di proporzioni psicotiche, e uno dei due si tagliò tre dita delle mani in risposta alla sua angoscia; altri invece la sopportarono bene anche dal punto di vista psicologico.

Effetti sociali
La restrizione calorica determinò nei volontari cambiamenti nelle relazioni sociali, quali una minore capacità di socializzazione e un maggiore isolamento. L’umore generale subì un peggioramento, il cameratismo diminuì marcatamente, mentre crebbe il senso di inadeguatezza sociale. Inoltre, i partecipanti all’esperimento riferirono una marcata diminuzione dell’interesse sessuale, della masturbazione e delle fantasie erotiche; gli impulsi sessuali cessarono o diventarono meno comuni.

Effetti fisici
Dopo sei mesi di restrizione alimentare calorica, i partecipanti presentarono varie modificazioni fisiche tra cui: vaghi dolori addominali, digestione lenta e difficile, disturbi del sonno, vertigini, mal di testa, ipersensibilità alla luce e al rumore, riduzione della forza, edema, perdita di capelli, diminuita tolleranza al freddo, mani e piedi freddi, disturbi della visione (macchie nel campo visivo e difficoltà nella focalizzazione delle immagini), disturbi dell’udito (ronzii) e parestesie. Si verificò una riduzione della temperatura e del metabolismo basale, oltre che della frequenza cardiaca e respiratoria, che alla fine dello studio si avvicinò addirittura al 40% della norma. Durante la riabilitazione il metabolismo basale aumentò in maniera proporzionale all’aumento delle calorie ingerite.
Dopo la fase di perdita di peso di almeno il 25% del peso corporeo iniziale, i partecipanti furono sottoposti a molti mesi di rialimentazione che li fece tornare mediamente al loro peso originale, accresciuto del 10%; ma poi gradualmente ritornarono ai livelli di peso che avevano prima dell’esperimento. Tale risultato dimostra che il corpo non è semplicemente “riprogrammabile” a un peso più basso dopo un periodo di dimagramento e che la restrizione alimentare sperimentale dei volontari non riuscì a vincere la forte propensione dei loro corpi a ritornare al loro livello di peso di partenza.


Commenti dai partecipanti all’esperimento

Nel 2003–2004, 18 dei 36 partecipanti all’esperimento erano ancora vivi e furono intervistati da ricercatori della The Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora (Kalm and Semba 2005). I partecipanti all’epoca dell’intervista avevano più di 80 anni e parlarono appassionatamente quando fu chiesto loro quali fossero stati i motivi della scelta di essere obiettori di coscienza e di partecipare all’esperimento. Sebbene i dati dello studio siano stati riportati in modo dettagliato nel libro The Biology of Human Starvation, i partecipanti fornirono un quadro più vivo della loro vita giornaliera durante l’esperimento (Kalm and Semba 2005). Dopo un iniziale entusiasmo, gli intervistati riportarono di aver avuto profondi cambiamenti nella loro personalità. Diventarono più irritabili e impazienti l’uno con l’altro, iniziarono a soffrire gli effetti fisici della deprivazione alimentare, un aumento dell’introversione, minore energia, vertigini, estrema stanchezza, intolleranza al freddo, dolori muscolari, perdita di capelli, diminuzione della coordinazione, tintinnii alle orecchie e scarsa concentrazione. Il cibo divenne un’ossessione per tutti i partecipanti, gli intervistati confermarono di avere perso l’interesse verso l’altro sesso. Nonostante queste difficoltà, gli intervistati affermarono di aver mantenuto la determinazione a continuare lo studio per motivi religiosi, per la loro forza di volontà e disciplina (Kalm and Semba 2005).
Per alcuni uomini intervistati, il periodo di riabilitazione fu considerato quello più difficile dell’intero esperimento. I sintomi di vertigine e apatia furono i primi a scomparire, mentre la sensazione di stanchezza, perdita dell’appetito sessuale e debolezza impiegarono molto più tempo a regredire. In generale, gli intervistati riportarono di non essere in grado di ritornare alle loro abituali occupazioni dopo la fine dei tre mesi di riabilitazione nutrizionale. Molti ebbero episodi di alimentazione in eccesso e divennero obesi. Gli intervistati stimarono che il tempo per raggiungere un pieno recupero variò da due mesi a due anni (Kalm and Semba 2005). Comunque, nessuno degli intervistati riportò di aver avuto effetti negativi sulla salute in conseguenza dell’esperimento (Kalm and Semba 2005).


Sintomi da digiuno nei disturbi dell’alimentazione

Il Minnesota study ha avuto un ruolo fondamentale nel migliorare la nostra comprensione dei disturbi dell’alimentazione perché molti sintomi osservati nei volontari sono simili a quelli riferiti dai pazienti sottopeso con disturbi dell’alimentazione. Purtroppo, fino ad ora, nessuno studio ha valutato sistematicamente la prevalenza dei sintomi da digiuno nelle persone affette da disturbi dell’alimentazione. La Tabella 2 riporta la prevalenza dei sintomi da digiuno negli ultimi 28 giorni in 50 pazienti con anoressia nervosa consecutivamente valutati all’inizio del trattamento presso l’Unità di Riabilitazione Nutrizionale della Casa di Cura Villa Garda. Circa il 90% dei pazienti ha riportato preoccupazioni per il cibo e l’alimentazione e l’82% irritabilità. Altri sintomi riportati dal 50% dei pazienti sono l’ansia, la depressione, i cambiamenti del tono dell’umore, i disturbi del sonno, l’isolamento sociale, la debolezza, i sintomi gastrointestinali, l’intolleranza al freddo, il danneggiamento della concentrazione, l’apatia e l’aumento del senso di pienezza.


Tabella 2. Prevalenza dei sintomi da digiuno negli ultimi 28 giorni riportati da 50 pazienti consecutivi con anoressia nervosa (IMC medio 15,3 – range 11,7–17,4)
Sintomo -> Percentuale
Preoccupazione per il cibo e l’alimentazione -> 90
Irritabilità -> 82
Ansia -> 78
Depressione -> 76
Sbalzi del tono dell’umore -> 66
Disturbi del sonno -> 66
Isolamento sociale -> 56
Debolezza -> 56
Sintomi gastrointestinali -> 56
Intolleranza al freddo -> 56
Danneggiamento della concentrazione -> 54
Apatia -> 50
Aumento del senso di sazietà -> 50
Bassa temperatura corporea -> 38
Mangiare molto lentamente -> 38
Riduzione dell’interesse sessuale -> 38
Aumento del senso di pienezza -> 36
Aumento del senso di fame -> 32
Tagliare il cibo in piccoli pezzi -> 30
Collezionare libri di cucina e ricetta -> 28
Incrementare il consumo di caffè o tè o spezie -> 28
Cambiamenti della personalità -> 28
Accumulare cibo -> 24
Mangiare cibo bollente -> 24
Intolleranza ai rumori -> 22
Formicolii -> 20
Edema alle gambe -> 18
Abbuffate -> 16
Intolleranza alla luce -> 16
Sentire delle voci in testa -> 4
Allucinazioni -> 0


Interazione dei sintomi da digiuno con la psicopatologia dei disturbi dell’alimentazione

I sintomi da digiuno negli individui senza disturbi dell’alimentazione hanno la funzione positiva di focalizzare l’attenzione primariamente sulla ricerca del cibo e di prolungare l’esistenza attraverso una riduzione del metabolismo basale. Questo, però, non accade nelle persone affette da disturbi dell’alimentazione. Due studi recenti (Shafran et al., 2003; Dalle Grave et al., 2007) hanno evidenziato che gli effetti del sottopeso e della restrizione calorica non si limitano solo a mantenere dei sintomi fisici e psicosociali che ostacolano il raggiungimento di un normale funzionamento psicologico, ma svolgono anche un ruolo importante nel mantenere l’individuo bloccato nello stato mentale del disturbo dell’alimentazione attraverso un incremento della necessità di controllare l’alimentazione (Figura 1). Alcuni sintomi da digiuno, come la fame o il precoce senso di pienezza, interagendo con la psicopatologia del disturbo dell’alimentazione sono, infatti, interpretati come minaccia al controllo alimentare (es. la fame) o come fallimento del controllo alimentare (es. il precoce senso di pienezza). Ciò fa sì che l’individuo incrementi il controllo dell’alimentazione e i livelli di restrizione dietetica.
Nella Tabella 3 sono riportati alcuni meccanismi potenziali attraverso cui alcuni sintomi da digiuno specifici sembrano mantenere il disturbo dell’alimentazione aumentando la necessità di controllare l’alimentazione.


Figura 1. L’interpretazione dei sintomi della sindrome da denutrizione aumenta la necessità di controllare l’alimentazione nelle persone con eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo





Tabella 3. Meccanismi potenziali attraverso cui alcuni sintomi da digiuno sembrano mantenere il disturbo dell’alimentazione aumentando la necessità di controllare l’alimentazione
Ansia: da una parte può portare a utilizzare il controllo dell’alimentazione, del peso e della forma del corpo per ridurre i sintomi d’ansia, dall’altra può favorire le abbuffate.
Deficit di concentrazione: può minacciare il senso di autocontrollo dell’individuo.
Depressione: peggiorando l’autostima, favorisce l’uso del controllo dell’alimentazione, del peso e della forma del corpo come mezzi di autovalutazione.
Fame: è interpretata come minaccia al controllo alimentare.
Isolamento sociale: da una parte impedisce lo sviluppo di relazioni positive che possono migliorare l’autostima, dall’altra favorisce l’uso dell’alimentazione, del peso e della forma del corpo come mezzi principali per valutare se stessi.
Precoce senso di pienezza: è interpretato come un fallimento dell’autocontrollo.
Rallentamento perdita di peso: può essere vissuto come un segno di perdita di controllo e può essere affrontato restringendo ulteriormente la dieta e utilizzando altri comportamenti non salutari di controllo del peso.
Tendenza ad abbuffarsi: aumenta l’intensità del controllo alimentare.


Implicazioni cliniche

La conoscenza dei sintomi da digiuno e di come interagiscono con la psicopatologia dei disturbi dell’alimentazione ha importanti implicazioni sia per la comprensione sia per il trattamento dei disturbi dell’alimentazione (Tabella 4).
I clinici dovrebbero essere informati che molti sintomi riportati dai pazienti con anoressia nervosa sono secondari alla restrizione calorica e al sottopeso e non sono l’espressione della psicopatologia del disturbo dell’alimentazione. Questi sintomi non si limitano al cibo e al peso, ma si estendono potenzialmente a tutte le aree di funzionamento sociale e psicologico. Dato che molti sintomi postulati come causa dei disturbi dell’alimentazione sono in realtà secondari alla restrizione calorica e al sottopeso, i clinici dovrebbero essere consapevoli che un’accurata valutazione della personalità e del funzionamento psicologico dei pazienti sottopeso con disturbi dell’alimentazione può essere effettuata solo dopo la completa normalizzazione del peso corporeo (Garner 1998).
I pazienti dovrebbero essere educati sui sintomi da digiuno e sul Minnesota study (Garner 1997; Garner et al. 1997). Questa raccomandazione si basa sulle assunzioni che i pazienti con disturbi dell’alimentazione hanno spesso informazioni scorrette sulle cause dei loro sintomi e tendono a ridurre gli sforzi di mantenere un sottopeso se sono informati sui meccanismi che mantengono il loro disturbo (Garner 1998). I pazienti dovrebbero essere anche aiutati a modificare la loro interpretazione disfunzionale dei sintomi da digiuno, poiché tendono a interpretarli in modo positivo e come segno di essere in controllo (Shafran et al. 2003; Fairburn et al. 1999). Infine, i pazienti dovrebbero essere aiutati a raggiungere un peso corporeo salutare, poiché il mantenimento della restrizione calorica e del sottopeso sono potenti meccanismi di mantenimento della psicopatologia del loro disturbo dell’alimentazione (Fairburn 2008).

Tabella 4. Implicazioni cliniche dei sintomi da digiuno
Visione tradizionale
• È necessaria la normalizzazione del peso e dell’alimentazione per eseguire una valutazione affidabile della personalità e delle problematiche psicologiche coesistenti nei pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione
• È necessario il recupero del peso per eseguire una psicoterapia efficace nei pazienti con disturbi dell’alimentazione
Visione moderna
• I sintomi da digiuno, interagendo con la psicopatologia specifica dei disturbi dell’alimentazione, aumentano la necessità di controllo dell’alimentazione
• I pazienti devono essere educati sui sintomi da digiuno ed essere aiutati a interpretarli in modo funzionale.


Referenze

American Psychiatric Association. Diagnostic and statistical manual of mental disorders 4th ed. Washington, D.C: American Psychiatric Association; 1994.
Dalle Grave R. Come vincere i disturbi dell’alimentazione. Verona: Poistive Press; 2012.
Dalle Grave R, Pasqualoni E, Marchesini G. In Preedy VR et al., editors. Handbook of Behavior, Food and Nutrition. Springer Science+Business Media 2011: p. 2259-2269
Dalle Grave R, Bohn K, Hawker D, Fairburn CG. In Fairburn CG, editors. Cognitive behavior therapy and eating disorders. New York: Guilford Press 2008a: p. 231–44.
Dalle Grave R, Calugi S, Marchesini G. Behav Res Ther. 2008b;46:1290–94.

Dalle Grave R, Calugi S, Marchesini G. Int J Eat Disord. 2008c; 41:705–12.

Dalle Grave R, Di Pauli D, Sartirana M, Calugi S, Shafran R. Eat Weight Disord. 2007;12:108–13.

Fairburn CG. Cognitive Behavior Therapy and Eating Disorders. New York: Guilford Press; 2008.

Fairburn CG, Cooper Z, Shafran R. Behav Res Ther. 2003;41:509–28.

Fairburn CG, Shafran R, Cooper Z. Behav Res Ther. 1999;37:1–13.

Garner DM. In: Garner DM, Garfinkel PE, editors. Handbook of treatment for eating disorders. New York: Guilford Press; 1997. p. 145–177.

Garner DM, Vitousek K, Pike K. In: Garner DM, Garfinkel PE, editors. Handbook of treatment for eating disorders. New York: Guilford Press; 1997. p. 94–144.

Garner DM. Health Weight J. 1998;12:68–72.
Kalm LM, Semba RD. J Nutr. 2005;135:1347–52.

Keys A, Brozek J, Henschel A, Mickelsen O, Taylor HL. The biology of human starvation. Minneapolis: University of Minnesota Press; 1950.
Shafran R, Fairburn CG, Nelson L, Robinson PH. Behav Res Ther. 2003;41:887–94.
Shafran R, Fairburn CG, Nelson L & Robinson PH. Behav Res Ther. 2003 41:887-94.

 

Ingredienti per 4 persone

kgr.1 di seppie pulite

gr.400 di pomodori pelati

dl.2 di vino bianco

1 mazzetto di prezzemolo

1 spicchio d'aglio

sale

 

RICETTA

Lavate e asciugate le seppie. Se sono medio piccole lasciatele intere, altrimenti tagliatele a listarelle

In una casseruola di terracotta (o in una pentola antiaderente) mettete l'aglio, le seppie, il vino bianco,

 e lasciate insaporire a fuoco vivo per qualche minuto. Versate i pelati spezzettati, il prezzemolo tritato e saltate.

Coprite con un coperchio e lasciate cuocere a fuoco lento per venti minuti. Servite subito.

 Se usate le seppie surgelate fatele scongelare per almeno ventiquattrore nello scomparto frigo normale.

 

Cal 235

Carboidrati gr. 5

Proteine gr.36

Grassi gr.4,0

 

Difficoltà media

Tempo medio

Costo medio

 

1-Il primo alimento nuovo (oltre le normali poppate): Brodo Vegetale (1 litro d’acqua+1 patata + gr.50 di Carote + gr.50 zucchine a pezzetti e cuocere fino a dimezzare il liquido circa un’ora a fuoco lento, passare tutto con colino a maglie strette). Somministrarne 150-200ml.

Poi, dopo tre giorni, aggiungere altre verdure o ortaggi (i tre giorni servono per verificare possibili intolleranze al nuovo alimento inserito nella dieta).

 

E’ stata dimostrata un’associazione positiva tra consumo abituale della prima colazione e riduzione dei fattori di rischio cardiovascolare.

Nell’ambito dello studio HELENA (Healthy Lifestyle in Europe by Nutrition in Adolescence) finanziato dall’Unione Europea condotto su adolescenti europei di età compresa tra 12,50 -17,49 anni, provenienti da dieci città (n 2929, n 925, 53% femmine) è stato indagato il consumo regolare della prima colazione.

dimagrire-da-soli2In genere   quando si decide di dimagrire autonomamente si evitano i dolci e sempre più spesso la pasta e il pane.

Questa prima dieta che ci  prepariamo da soli, sperando che con alcune limitazioni sarà possibile dimagrire, purtroppo non sempre permette di dimagrire e comunque non ci permette di  mantenere i risultati.

 

Tutto questo accade per tre motivi:

Primo motivo riguarda la bilancia, poichè siamo convinti che tale strumento sia l'unico giudice del nostro operare, invece la faccenda è più complicata e il peso varia per una moltitudine di motivi. Ad esempio aumenta se siamo sotto ciclo o se non siamo andati al bagno, aumenta se beviamo di più o diminuisce se abbiamo pochi liquidi. La nostra prima dieta può portare alla riduzione del peso per riduzione di liquidi corporei che poi immancabilmente recuperiamo. In poche parole pensando di esser dimagriti eliminando gli alimenti con Carboidrati in realtà il peso scende perchè eliminiamo acqua e la bilancia non ci dice se abbiamo perso effettivamente grassi oppure liquidi. Certo oggi ci sono bilance più evolute che mostrano la composizione corporea ma sono dati inesatti anzi vere e proprie truffe poichè il bioimpedenziometro funziona solo se siamo distesi su un lettino e se ci sono quattro elettrodi che collegano lo strumento con mani e piedi.

Secondo motivo per cui non si riesce a mantenere il risultato è che per mantenere il peso dopo una dieta priva di carboidrati e/o fortemente carente in calorie occorre continuare a mangiare in maniera ristretta a vita. Infatti la dieta riduce il metabolismo e ovviamente occorrerà mangiare di meno sempre se vogliamo mantenere i risultati sul peso, ciò è confermato dall'immediato recupero del peso alla minima assunzione aggiuntiva. Siamo quindi condannati a cicli di diete drastiche e di recuperi fino a che il peso non scenderà più anche se ripercorriamo il cammino che inizialmente portava a dei risultati. · 

Terzo motivo non abbiamo un punto di riferimento, ossia un professionista che risolva i nostri dubbi, si accolli la responsabilità delle scelte e che ci offra un momento di controllo dell'andamento e dei risultati e infine che ci dia la giusta motivazione.. Inutile dire che da soli questo non è possibile e che la motivazione viene man mano erosa dai dubbi che via via affiorano durante le oscillazioni di peso, portando a volte al pensiero sabotatore: "visto che non ce la farò mai a perdere peso tanto vale abbuffarsi".

 

Quindi si contatta un nutrizionista per risolvere il problema e se capiterete da un buon specialista, questo non vi farà seguire diete drastiche nè vi scombinerà troppo le abitudini ma vi cucirà una dieta su misura senza troppe restrizioni. Infatti molte volte fanno più danni le restrizioni che il mangiare in eccesso poichè se eliminiamo totalmente un cibo, la voglia di mangiarlo aumenterà esponenzialmente esponendoci a possibili abbuffate. Inoltre vi farà avere un rapporto più ragionevole con la bilancia imparando a riconoscere le oscillazioni di peso dal dimagrimento vero e proprio. Per quanto ovvio possa sembrare: Dimagrire vuol dire semplicemente·ridurre il··grasso mantenendo o aumentando la parte magra. È vero, molto spesso le cose devono coincidere, ma proprio da questa differenza dipende la quasi totalità degli insuccessi di tutti i programmi dietologici. ·

 

Infatti la rapida discesa del peso spesso coincide con una veloce riduzione di liquidi o con lo svuotamento dell'intestino. Tale processo porta al pensiero euforico di una veloce soluzione del problema, che si scontra con l'amara realtà di un rallentamento e poi di un recupero del peso. Tale andamento rispecchia le normali oscillazioni del peso che si presentano anche con un perfetto mantenimento del massa grassa, ma soprattutto durante regimi dietetici drenanti. Molte mie pazienti infatti riferiscono che in passato il loro peso è sceso velocemente soprattutto con diete ipocaloriche iperproteiche e poi risalito immancabilmente. L'accusa dello specialista naturalmente ricade sulla anche minima trasgressione favorendo il senso di colpa del paziente.

 

Cibo o Magia?

Le pazienti invece che seguono le diete da copertina, non riuscendo a decifrare le oscillazioni di liquidi, abbandonano l'impresa ai primi recuperi di peso, dando la colpa all'ultimo alimento assunto colpevole dell'ultimo chilo di aumento. Il povero alimento non pesando di certo un chilo avrà magari attivato chi sa quali intolleranze. Tutto questo porta ad un rapporto sbagliato con la bilancia (utilizzata troppo spesso) e fomenta l'idea che un alone magico investa i cibi e gli operatori del settore, i quali a volte cavalcano l'onda proponendo strumenti o rimedi da stregone all'ultima intolleranza o fluido negativo.

 

Il punto è che non dovremmo ricercare a tutti i costi una discesa rapida del peso ma la riduzione del grasso e quindi della circonferenza Addominale e de Glutei. Inoltre l'obiettivo ultimo è il mantenimento dei risultati. E' inutile ripercorrere le stesse metodologie se il peso poi risale. La battaglia si gioca sul mantenimento dei seppur minimi risultati, tenendo conto che anche una riduzione del 10% apporta indubbi benefici sulla salute.

Di certo la scelta dell’esperto e titolato professionista sia esso medico, biologo o nutrizionista, va sempre  preferita perché non dobbiamo mettere a repentaglio la nostra salute con scelte bizzarre.
In tutti i casi però da diversi studi emerge sempre più spesso che la scelta di una strategia alimentare di restrizione se pur realizza un calo del peso troppo spesso non ne garantisce i risultati a lungo termine.
Attenzione! Non raccontiamoci la storiella del mantenimento, dovremmo accettare che nessuno, proprio nessuno esegue correttamente le indicazione di mantenimento, è a dir poco improbabile.

Tornando alle differenze iniziali tra dimagrimento e calo ponderale provate a farvi tornare in mente tutte le volte che ognuno di voi ha perso peso con una dieta, ebbene quante volte vi è stato detto quanto è calato il vostro grasso?
Ovviamente quanti kg persi vi è noto ma quanto grasso?
Eccoci ad un punto fondamentale, Dimagrire (inteso come calo di grasso) è molto molto difficile e quindi sarà meglio non dirlo?

Non è una nota polemica, assolutamente, ma di certo anche il professionista serio e competente spesso, a mio avviso, investe troppo poco tempo per dare corrette informazioni in merito.

Il corpo umano è una “macchina” molto complessa e tra le sue migliori abilità vi è quella di risparmiare energia, dunque proprio a questo fine il corpo umano predilige sempre trasformarsi in modo da consumare sempre meno.
Del resto se pur molto semplicisticamente un bimbo è pieno di energia mentre l’ anziano passa molto tempo riposando.
Guarda caso mediamente i bambini sono più magri delle persone adulte…
Il bambino è meno grasso e man mano che passano gli anni il nostro corpo che ci piaccia o no tende ad ingrassare  perché il grasso consuma molto meno del muscolo.
Ecco altro punto estremamente importante: il muscolo!
Tutti parlano di alimentazione corretta, tutti dicono di muoversi di più, ma come muoversi?
Siamo sicuri di conoscere sufficientemente bene l’ argomento?
L’esercizio fisico è fondamentale che sia proposto correttamente nei modi e nell’intensità altrimenti non solo è inefficace ma a volte è controproducente!

Ovviamente il mio scopo non è scoraggiare le persona a dimagrire, anzi!
Tutti noi sappiamo che sovrappeso ed obesità sono sempre più fattori predisponesti a minacciare la nostra salute, chi è sovrappeso ed obeso corre più rischi sul fronte cardiovascolare, in merito alle malattie metaboliche come il  diabete o ad una purtroppo sempre più vasta serie di malattie oncologiche.
Restare magri, e cercare di dimagrire dovrebbe essere veramente un impegno di tutti,  ma proprio per questo deve essere progettato con molta serietà.
Non dovremmo più cascare in soluzioni apparentemente miracolose e veloci.
Tra le prime causa degli insuccessi delle diete c’è proprio quella del calo troppo rapido!dimagrire-da-soli1

Purtroppo se in tanti altri settori la cultura ed il sapere ci ha permesso di evitare grossolani errori, nel campo del dimagrimento esiste un fortissimo problema rappresentato dagli aspetti sociali ed emozionali per cui ad un certo punto ci scatta qualcosa e si decide di fare la dieta e, ahimè, non la si discute più.

Pur di ottenere il tanto desiderato dimagrimento dimentichiamo ogni logica spesso anche il buon senso viene meno.
Non sarebbe possibile spiegare il continuo sopravvivere delle diete strampalate: “del minestrone”, “dei limoni”, “dell’acqua”, “delle banane” o addirittura periodi di digiuno.
Senza parlare delle famose diete dissociate senza logica alcuna:  carne  a volontà oppure pasta, ma solo al mattino presto, e via dicendo…
Non si spiega nemmeno come resistono ancora ipotetici centri “Di Dimagrimento” dove spesso la sola strategia consiste in creme miracolose, bere poco e fare saune,  dove tutti i medici concordano nel dire che certe cose sono dannose per la salute.

Tutto questo succede perché la nostra parte razionale viene messa da parte.

Si vive un po’ come in apnea, per un periodo(di solito da 1 a 4 mesi al massimo)  con sacrificio(patto con il diavolo) seguiamo una tabella e un po’ soffrendo la fame, un po’ gioendo dei kg persi affrontiamo una bella dieta fino all’obiettivo, il famoso peso forma!

Qualcuno ovviamente cede prima, ma quelli che hanno “fatto tutto bene”, il dietologo, la tabella etc etc raggiungono il peso desiderato.

Anche loro ahimè troppo spesso dopo alcuni mesi tendono a riprendersi tutti i kg persi.
Quelli molto attenti al loro corpo dopo la dieta spesso notano di essere anche un po’ più flaccidi e, passato il primo periodo di entusiasmo, frequentemente ci si sente più stanchi, e non sono rari aumenti di stitichezza a mal di schiena causati dalla disidratazione.

Ma tutti questi che hanno fatto la dieta con successo avranno perso grasso?
Una volta perso peso purtroppo  a nessuno interessa più questa cosa, ed invece è addirittura l’unica cosa da sapere per affermare di essere veramente “Dimagriti”!

Dimagrire è necessario ed importante ma dobbiamo cercare di capire che molto spesso vanno cambiate alcune abitudini di vita e non solo alimentari.

Non è cosa da poco DIMAGRIRE ma dovrebbe essere il punto di arrivo e mai la partenza!

Sarà banalissimo ma la partenza dovrebbe essere la salute ed invece troppo spesso è solo l’ estetica! Come se una pregiudicasse l’ altra.
La”bellezza” è sempre la logica conseguenza della salute, di certo è molto difficile fare il contrario.

EPPURE SI PUO FARE TANTO!

Se vi sono serie intenzioni bisogna trovare professionisti altrettanto seri con cui concordare e condividere un serio progetto comune.
Se si sceglie questa strada al contrario di quello che si pensa il percorso è meno difficile perchè la differenza principale sta nel creare un progetto condiviso dove si è sempre seguiti.

dimagrire-da-soli3SI DEVE PARTIRE DA:

  • Conoscere il metabolismo basale del proprio corpo
  • Misurare lo stato di idratazione del soggetto( disidratazione o ritenzione idrica hanno due approcci alimentari spesso opposti)
  • Misurare quanta e quale attività  svolge la persona
  • Scegliere di fare esercizio fisico(non basta camminare o andare in piscina)
  • Conoscere dettagliatamente le abitudini alimentari del soggetto
  • Tenere conto di tutte le precedenti per stilare il profilo alimentare da dare al soggetto
  • Controllare regolarmente la composizione corporea per vedere mese dopo mese cosa cambia
  • Avere un momento comune concordato per motivare seriamente l’ottenimento dei risultati che vanno poi sempre spiegati e dimostrati.

Vi sembra difficile o quasi impossibilè?  In realtà lavorare in questo modo rende tutto più semplice, ed è l’unico modo per rassicurare la persona sui suoi risultati. Inoltre se posso, è la garanzia   di fare qualcosa per la salute della persona, e quest’ultima cosa non è di poco conto!

 

 L'obesità si associa a disordini endocrini, coinvolgendo sia ormoni peptidici,sia

ormonisteroidi. La causa di tali alterazioni va cercata in momenti eziopatogenetici

secondari all’obesità stessa, per cui si instaurerebbero delle modificazioni delle

costellazioni ormonali in relazione al grasso corporeo e regrediscono con il dimagrimento.

Le principali alterazioni endocrinologiche sono:

 

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